Delitti in tempo di Pandemia.
Il caso Saman.
Riflessioni interdisciplinari per un approccio criminologico integrato©
di Enza Gidaro e Enrica Beringheli
…Uomini poi, a mal più ch’a bene usi Fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi…
Paradiso, Canto III
La direzione centrale della Polizia Criminale del dipartimento della Pubblica Sicurezza ha pubblicato il primo Report sulla costrizione o induzione al matrimonio in Italia dopo l’entrata in vigore della legge n. 69/2019 che ha introdotto uno specifico reato con lo scopo di contrastare il fenomeno dei matrimoni precoci, delle costrizioni e induzioni al matrimonio. Il reato di costrizione o induzione al matrimonio è disciplinato dal nuovo art. 558 bis c.p. introdotto nel codice penale dalla legge n. 69/2019 il c.d. Codice rosso, e recita quanto segue:
“Chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La stessa pena si applica a chiunque, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile. La pena è aumentata se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni diciotto. La pena è da due a sette anni di reclusione se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni quattordici. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia”.
Il nuovo reato prevede pene aggravate nel caso di minore età delle vittime, nell’ambito di un sistema di norme penali a tutela delle persone colpite da violenza di genere e domestica.
Secondo i dati del servizio di Analisi Criminale – che riguardano l’arco temporale compreso tra l’entrata in vigore del Codice rosso (il 9 agosto 2019) e il 31 maggio 2021 – si sono verificati 24 reati, l’85% dei quali commessi in danno di persone di genere femminile.
In un terzo di tali casi le vittime sono minorenni (9% infraquattordicenni e 27% tra i 14 e i 17 anni). Il 59% delle vittime sono straniere, in maggioranza pakistane, seguite dalle albanesi. Nel 73% dei casi gli autori del reato sono stati uomini anche in questo caso di nazionalità prevalentemente pakistana, seguita da quelle albanese, bengalese, bosniaca. Nel 40% dei casi i responsabili erano di età compresa tra 35 e 44 anni.
Il Report aiuta ad analizzare il fenomeno – che ha radici storiche, culturali e talvolta religiose – e, individuando radici e contesti di riferimento, ha l’obiettivo di migliorare le strategie di contrasto.
I dati, inevitabilmente, fotografano una situazione sottodimensionata rispetto a quella reale: l’emersione di questo reato, infatti, non è facile perché spesso si consuma tra le mura domestiche e le vittime sono quasi sempre ragazze giovani, costrette ad abbandonare la scuola, talvolta obbligate a rimanere chiuse in casa nell’impossibilità di denunciare anche per paura di ritorsioni (Report Viminale, Febbraio, 2022).
La cronaca offre, nostro malgrado, innumerevoli scenari delittuosi sui quali è possibile compiere approfondimenti e riflessioni in relazione ai contesti ambientali, sociali, culturali e religiosi degli stessi per comprenderne il significato alla luce dei complessi cambiamenti sociali e valoriale del nostro tempo. L’efferata uccisione della giovane pakistana Saman Abbas, per opposizione al matrimonio combinato e forzato che la famiglia le aveva imposto, ci porta a compiere prima di tutto un’accurata analisi sul contesto culturale d’origine e sui processi integrativi e di adattamento in seguito all’immigrazione.
La Repubblica islamica del Pakistan si trova in Asia meridionale confinando con l’Iran, l’India, l’Afghanistan e la Cina e, dalle fonti di pubblico dominio sappiamo che, comprende quattro province (Belucistan, Khyber Pakhtunkhwa, Punjab e Sindh) e due territori le cosiddette Aree tribali ad amministrazione federale o FATA.
La popolazione è costituita da numerosi gruppi etnici di cui ricordiamo i principali; punjabi (44,68 %), i pashtun (15,42 %), i sindhi (14,1 %), i sariaki (8,38 %), i mohajir (7,57 %) e i beluci (3,57 %).
La religione è prevalentemente musulmana (95%), divisa nelle due correnti: 75% sunnita e 25% sciita, il rimanente 5 % è costituito da indù, cristiani, parsi/zoroastriani, bahai, sikh, buddisti e altri stando ai dati del censimento del 1998.
Dal punto di vista del sistema giudiziario quello pakistano si basa su un sistema imperniato sulla Common Law influenzato dal diritto islamico e garantito dalla Costituzione. Comprende la Corte suprema (Supreme Court), un’Alta corte (High Court) per ogni provincia e per Islamabad e una Corte federale della sharia (Federal Shariat Court) (EASO, 2015).
L’istituzione della famiglia in Pakistan mantiene una rigida struttura patriarcale. Le donne hanno il ruolo di mogli, madri, figlie ed è fortemente limitato loro l’accesso a istruzione, lavoro e cure. Esse sono particolarmente vulnerabili e a rischio di violenze che vengono perpetuate per vendetta in seguito ad un’offesa familiare, ad una questione d’onore dopo il rifiuto di una proposta di matrimonio o di un matrimonio concordato dalla famiglia d’origine, a motivazioni etniche o religiose.
L’Human Rights Commission del Pakistan evidenzia che le vittime di delitti d’onore nel 2015 sono state di 1096 donne e di 88 uomini, di cui almeno 170 minori per ragioni dovute a dispute familiari e spesso concernenti la scelta del matrimonio o accuse di rapporti prematrimoniali. Secondo Human Rights Watch le misure di protezione per le donne e le ragazze da stupri, uccisioni, delitti di onore, vitriolage, violenza domestica e matrimoni forzati sono decisamente inadeguate.
L’Asian Legal Resource Center evidenzia come orribili usanze sociali e tradizioni patriarcali secolari, unite a rigide norme religiose hanno effetti devastanti sulle donne in Pakistan. Tradizioni come sawara, wani, sang chati, paitlikkhi e watta satta sono usanze per regalare ragazze, o avviare matrimoni forzati per risolvere conflitti e faide e purtroppo sono ancora incontrollate in molte parti del Pakistan: in zone rurali come Sindh, Belucistan, Punjab e le aree tribali nordoccidentali del paese. I matrimoni sono proibiti ma diffusi nelle zone rurali con ragazze minori di 16 anni e ragazzi di 18 anni.
Nella lingua urdu i termini Karo Kari designano il delitto d’onore, Karo significa uomo nero e Kari donna nera ad indicare con il colore nero la corruzione morale (Fumagalli, Ghilardi, Vietri, 2021).
Le discriminazioni, disuguaglianze di genere e le violenze dipendono da status socio-economico di appartenenza, povertà e provenienza da aree rurali, differenze di educazione, accesso alla sanità, indipendenza economica e la mancata partecipazione politica soprattutto nelle aree rurali (Lacchei, Zavanella, 2019).
Il matrimonio forzato si inserisce in un sistema familiare ancorato a pratiche culturali che prevaricano ogni tipo di diritto umano, è molto diffuso nel mondo e tanto per dare un’idea della diffusione del fenomeno esso è frequente nei paesi delle regioni mediorientali e del Golfo Persico; nel Bangladesh, India, Pakistan e Turchia; in alcuni Stati africani come Uganda, Marocco, Algeria, Libia e in alcuni paesi sudamericani come Brasile, Ecuador, Haiti.
Per effetto della pandemia e delle sue conseguenze economiche nel 2020 più di 500 mila ragazze nel mondo potrebbero essere costrette a matrimonio forzato secondo The Global Girlhood Report 2020.
Specificando le caratteristiche del Forced Marriage esso viene concluso senza il libero consenso degli interessati. La coartazione del consenso costituisce il criterio differenziatore dalle altre forme (matrimonio precoce e combinato) e integra una violazione dei diritti umani. La coartazione può includere la costrizione fisica, la pressione psicologica, finanziaria, sessuale ed emotiva.
In Italia comunità di paesi del sud est asiatico e dell’Africa sono esposte al rischio di MF, tra i primi paesi si annoverano Bangladesh, Pakistan, India, Sri Lanka. Entrambi i gruppi sono caratterizzati tuttavia da una limitata presenza di donne (Le Onde Onlus, 2014). Numerose tristi vicende di Forced Marriage si annoverano negli ultimi anni tra cui ricordiamo la vicenda di Nojoud Ali costretta a sposarsi a nove anni con un partner trentenne, raccontata nel libro autobiografico: Io, Nojoud, dieci anni, divorziata, tradotto in 15 lingue e da cui è stato realizzato il film «La sposa bambina».
Nel 2006 in Italia, a Brescia, Hina Saleem fu uccisa dal padre per aver rifiutato lo sposo designato.
Nel 2021, ancora in Italia a Novellara, Saman Abbas è stata uccisa dai familiari per aver rifiutato il matrimonio da loro imposto. Novembre 2022, ultimo fatto simile a quello di Saman è il caso di una donna indiana, residente in Italia, costretta a contrarre matrimonio con un uomo residente in India. Le nozze contratte in India e trascritte nel registro civile del comune italiano sono state tempestivamente annullate dal Tribunale civile. Il matrimonio combinato sarebbe stato pianificato da tempo e avvenuto sotto minaccia della famiglia e del padre che la giovane donna ha denunciato riuscendo a salvarsi.
Dalle notizie che fornisce la cronaca il delitto si configura come delitto d’onore ma prima di ipotizzare che tale delitto è parte dell’Islam è fondamentale comprendere la tipologia di Islam a cui si fa riferimento in quanto le diverse scuole islamiche oltre ad ammettere diversi gradi di guida del Corano contemplano anche l’opinione e la motivazione del singolo soggetto. Come abbiamo già riportato all’inizio del nostro lavoro, in Pakistan il sistema giuridico è basato sulla Common Law e, in materia di diritto di famiglia i paesi islamici si ispirano alla sharia che favorirebbe l’applicazione dell’uso locale o di opinioni dei singoli “regolando” così il delitto d’onore1. Come Caruso e Travaini si esprimono, chiedersi se il delitto d’onore sia o no parte dell’Islam riceve “una risposta dai confini labili: dipende dalla scuola scelta, dal momento temporale e dal posto in cui ci si trova” (Caruso, Travaini, 2010, pag. 406). Dal punto di vista storico per tutto il XIX e XX secolo il delitto d’onore è stato agito per salvare l’onore di fronte alla famiglia e alla collettività, solo nel 1981 con la legge 442 del 5 agosto vengono abolite tutte le disposizioni sul delitto d’onore (Dambone, 2019).
Dal punto di vista della criminogenesi del delitto diversi fattori favorenti entrano in gioco quali i codici sociali e familiari oltre alla legge musulmana della Sharja, le condizioni economiche e l’impoverimento dovuto alla Pandemia e la necessità di garantire da parte delle famiglie il mantenimento delle figlie, i processi migratori come fattore rinforzante l’identità e le difficoltà di integrazione e adattamento con il conseguente conflitto tra culture diverse, motivazioni etniche o religiose, l’opposizione del sistema familiare offeso per il rifiuto del matrimonio imposto e l’ostracismo ai processi di separazione e individuazione psichica e sociale intrapresi dalle ragazze e la necessità di ripristinare l’onore proprio per la presenza di un “parlamento di codici” interiorizzato.
Ad un livello individuale più profondo prende spazio la cosiddetta “Comunità-fantasma” secondo il criminologo L. Athens, mentre ad un livello sociale entra in gioco la presenza di una comunità patriarcale e più precisamente nel sistema familiare dove hanno luogo le cosiddette “lealtà invisibili” di cui parla Boszormenyi-Nagy. L’approccio transgenerazionale dello psicoanalista considera le relazioni un tipo di legame che tiene conto della giustizia e dell’equità in seno alla famiglia.
Un concetto centrale del suo pensiero è quello di lealtà, a livello individuale dunque psicologico, e a livello sistemico cioè sociale. “La lealtà dipende dall’unità sociale, che si fonda sulla lealtà dei membri del gruppo, il quale gruppo a sua volta dipende dai suoi membri e conta sulla lealtà di pensiero e motivazioni di ciascun membro in quanto individuo. Da qui il concetto di giustizia e, in particolare, di giustizia familiare. Quando non viene fatta giustizia, la situazione si traduce in ingiustizia, in malafede, nello sfruttamento dei membri della famiglia gli uni nei confronti degli altri, talvolta attraverso la fuga, la rivalsa o la vendetta, altre volte attraverso la malattia o l’incidente ripetitivo” (Schützenberger, 2016, pag. 30).
È proprio trasferendo, ipoteticamente, questo concetto teorico al funzionamento generale del sistema famigliare della giovane di Novellara che possiamo comprendere come la lealtà consiste nel rispetto delle tradizioni, di rigidi schemi educativi, di regole secondo cui le donne sono subordinate agli uomini in ogni ambito. Il sistema valoriale del gruppo si contrappone fortemente all’emergere dell’individuo, alla sua individuazione e alla logica dell’individualismo. In questi sistemi culturali vige il valore del gruppo anziché il valore dell’individuo ed è impedita ogni forma di espressione, autorealizzazione, autodeterminazione e individuazione identitaria della donna che rimane in uno stato di subordine e arretratezza. La punizione viene organizzata e pianificata dall’intero sistema familiare, in essa vengono agite tutte le forme di violenza (psicologica, verbale, fisica) fino alla pianificazione della morte con il delitto d’onore per purificare la macchia arrecata al sistema.
Secondo lo psicoanalista ungherese già prima che un individuo nasca si stabilisce un fondamento di solidarietà e lealtà intrinseca in ogni famiglia. Gli antenati lasciano in eredità tutta la loro vita che viene successivamente trasmessa ai posteri attraverso le relazioni; nella storia genetica e di vita nell’arco di più generazioni in ogni famiglia vi è un codice che definisce meriti, vantaggi, responsabilità, impegni e ruoli laddove la fissità di questi ultimi assolve alla funzione dei bisogni della rete familiare.
In un sistema familiare lo shock creato dalla morte per delitto, come nel caso della giovane Saman, si trasmette geneticamente ai discendenti per effetto delle modificazioni biologiche indotte dallo stress. Le conseguenze di un trauma di questa portata ricadono sui soggetti feriti e sopravvissuti ma anche sulle generazioni future. A livello individuale le emozioni e i sentimenti del trauma non vengono elaborati e una risposta possibile è quella di avviluppare la rappresentazione del sé traumatizzata collocandola nella rappresentazione del sé di un bambino in via di sviluppo.
Con questo meccanismo psichico gli effetti di un trauma vengono trasmessi alla generazione successiva che ha il compito di provvedere a elaborare e risolvere il trauma ereditato. Senza una risoluzione la trasmissione della rappresentazione traumatica continua con la speranza che qualcuno possa capovolgerla. Spesso l’eredità del trauma confluisce in un quadro sintomatologico o in un disturbo di personalità e comunque rimane influente e disturbante. Può anche accadere che dopo un trauma un soggetto possa apparire normale e non manifestare segni e sintomi. L’individuo della generazione successiva che riceve in eredità l’autorappresentazione traumatica deve sostenere un gran lavoro psicologico per cercare di affrontarla anche se non sempre questo esita in un successo. È fortemente possibile che, la rappresentazione traumatica sia esteriorizzata e tramandata in una persona in via di sviluppo in terza generazione o in quelle successive. Ad esempio con particolare riferimento all’Olocausto si parla di trasmissioni multigenerazionali tanto che studi sulle famiglie dei bambini ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti evidenziano che le autorappresentazioni depositate dei sopravvissuti sono molto vive nei nipoti.
Specifici eventi traumatici possono essere trasformati o glorificati nel racconto alle generazioni successive e possono essere usati per incitare alla vendetta e giustificare gli sforzi per ripristinare l’onore o la dignità del gruppo vittima (Volkan 2000).
Il soggetto divenuto adulto solitamente ha una conoscenza reale e storica dell’evento avverso accaduto ai genitori, ai nonni e ai bisnonni probabilmente attraverso la narrazione delle loro storie familiari, tutto questo influisce sul legame inconscio di poter affrontare il trauma e questa pesante eredità lega il soggetto, i membri di un gruppo alle generazioni future influenzandone la loro identità di gruppo (Volkan, 1996).
Dal punto di vista dell’epigenetica gli studi sugli effetti generazionali dell’esposizione a traumi umani sono in una fase molto precoce e principalmente limitati alle ricerche focalizzate sull’esposizione della progenie a traumi dei genitori, come genocidi o guerre. Tuttavia, le esposizioni traumatiche collettive creano traumi comunitari che vanno oltre le esperienze individuali, perché l’impatto di atrocità diffuse modella l’esperienza collettiva dell’intera generazione, alterando le basi della cultura della società in cui vivono la persona e la prole. L’epigenetica spiega come le esperienze traumatiche precoci possono avere impatti per tutta la vita. Gli eventi avversi creano cambiamenti nell’espressione genica, cambiamenti epigenetici e alterazioni proposte nei fenotipi affettivi e comportamentali (Minelli, 2021).
Lo studio ACEs (Felitti, Anda, 1998) evidenzia come la presenza di eventi avversi nella vita di un individuo e della famiglia predispongano ad una serie di disturbi fisici e della salute mentale nel corso della vita stessa. Tra gli eventi avversi si annoverano la violenza verbale, sessuale e fisica, la trascuratezza emotiva e fisica, la violenza domestica, problemi di salute mentale, perdita di uno o entrambi i care giver, dipendenza (alcolismo e tossicodipendenza), delinquenza. La presenza di più di 6 di questi fattori riduce l’aspettativa di vita di 20 anni, la presenza di più di 4 fattori ACEs aumenta la probabilità di ammalare di depressione e 12 volte il rischio di suicidio. Eventi avversi dunque influenzano la salute mentale e fisica lungo tutto il corso della vita.
Questa digressione evidenzia come la storia di un individuo sia legata alla storia familiare e del sistema sociale di riferimento così come per il sistema familiare di Saman possiamo mettere in luce un sistema patriarcale, governato da rigide regole sociali, culturali, familiari e relazionali caratterizzate da omertà, sottomissione del genere femminile, pervasiva violenza psicologica caratterizzata da isolamento, denigrazione, minacce rivolte alla vittima ma anche, come evidenziato dalle cronache, alle figure di supporto (fidanzato e fratello). Intorno a Saman le figure femminili in particolare la madre si allontanano dal modello di care giver amorevole e accudente per diventare madri conniventi, assoggettate al volere maschile, madri maltrattanti, violente, che forniscono cure distorte, che rifiutano i figli, che li uccidono per credo religioso e culturale (Dambone, 2019).
Il delitto consumato per ripristinare l’onore si caratterizza come un evento scioccante ed efferato che crea una rottura temporale e psicologica senza eguali nella mente di chi è scampato alla morte (fratello) e di chi conosceva la giovane dando origine a quella rappresentazione di sé traumatizzata di cui parlavamo poc’anzi.
Per approfondire le nostre considerazioni ci pare utile affiancare al concetto di lealtà invisibile di Boszormenyi-Nagy quello di comunità- fantasma di Athens, cioè quella sorta di: […] “parlamento” rappresentato da tante opinioni quanti sono gli altri significativi internalizzati nella nostra vita” (Ceretti, Natali, 2009, pag. 130). Secondo Athens le nostre comunità fantasma rimandano a qualcosa di più radicato di quanto possiamo cogliere nell’immediatezza di una situazione, sono ancorate nel passato e operano all’interno di circuiti neurali ripetutamente utilizzati, dopo che abbiamo reiteratamente assunto gli atteggiamenti altrui nel corso del tempo, e distillato le massime morali e le indicazioni per azioni che alla fine diamo per scontate (Ceretti, Natali, 2009, pag.131).
Il termine fantasma rimanda alla distinzione tra comunità fisica, reale, e quella che l’individuo porta dentro di sé, detta appunto fantasma poiché abita solo chi ne è portatore. Sono proprio i gruppi primari, costituti da genitori e amici, che hanno maggiormente influito sull’individuo di cui vengono internalizzati gli atteggiamenti che divengono gli interlocutori fantasma che continuano a influenzare e a presentificarsi nel soggetto in modo mascherato (Ceretti, Natali, 2009).
È importante ricordare come nella nostra società emerge il contrasto molto frequente tra culture diverse che può essere definito di natura primaria quando codici di culture differenti si scontrano intorno ad un confine contiguo, quando un gruppo conquista un altro gruppo e impone le proprie norme e codici e quando i componenti di un gruppo emigrano in un altro con norme e regole molto diverse. In tal caso il reato è commesso in quanto il soggetto resta fedele ai valori interiorizzati all’interno del suo gruppo d’origine e alle proprie norme di condotta (Caruso, Travaini, 2010).
In un quadro così complesso ogni possibile percorso per aiutare e trattare queste donne e avviare cambiamenti nasce non senza timore e rappresenta una vera sfida. Il reiterarsi del delitto d’onore in giovani donne pakistane (l’ultimo atto delittuoso risale a quindici anni fa) denota le innumerevoli difficoltà di innescare significative modificazioni culturali e sociali. La sfida nasce dalla possibilità di intervenire in favore di queste donne con interventi integrati preventivi e di cura a più livelli: sociale, lavorativo, psicologico, psicoterapico e riabilitativo grazie anche all’impulso fornito dal quadro legislativo nazionale.
BIBLIOGRAFIA
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-A. Ceretti, L. Natali, Cosmologie Violente. Percorsi di vite criminali, 2009, Raffaello Cortina, Milano.
-C. Dambone, La violenza spettacolarizzata, 2019, Franco Angeli, Milano.
-V.J. Felitti, Anda R. F., Nordenberg D., Williamson D.F., Spitz A.M., Edwards V., Koss M.P., Marks J.S., “Relationship of Child-hood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults. The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study”; 1998, Maggio,”AM J. Prev MED”, 14(4): 245-58.
-L. Festinger, A Theory of Cognitive Dissonance, New York, Evanston, Row, Peterson, 1957, Trad. It. Teoria della dissonanza cognitiva, Franco Angeli, 1987.
-A. Minelli, “Epigenetic effects and transgenerational transmission of trauma: what can be the molecular signature of the EMDR”, 2021, Department of Molecular and Translational Medicine – University of Brescia – Italy.
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-A.A. Schützenberger, Le syndrome degli antenati, di Renzo Editore, Roma, 2016.
-D. Volkan Vamik, Bosnia-Herzegovina: Ancient Fuel of a Modern Inferno. Mind and Human Interaction, 7: 110-127, 1996.
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Fonti di dominio pubblico e presenti sul Web
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-European Asylum Support Office. Informazioni sui paesi di origine. Pakistan. La situazione nel paese: una sintesi. Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, 2015.
-M. Fumagalli, G. Ghilardi, M. Vietri, Non c’è onore nell’uccidere. Il delitto d’onore in Pakistan e nel mondo. Diritto internazionale in Civica. 15 maggio 2021
-A.Lacchei, E. Zavanella, Pakistan. Rapporto COI, disponibile al sito www.santannapisa.it/it/area- di-ricerca-dream, 2019.
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-Matrimonio Forzato in Italia: Una ricerca qualitativa. Forced Marriage in Italy: a qualitative research. Le Onde Onlus, Aprile 2014. Project “MATRIFOR – Approching forced marriages as a new form of trafficking in humans beings in Europa” Co-financied to European Commission DG Home Affairs – Directorate A – Internal security – Programme Prevention of and Fight against Crime. -www.osservatoriodirittiumani.it 2021
-https://poliziamoderna.poliziadistato.it -Colpevolidiesseredonne,C.Morabito,2008.
-Report Viminale. A cura del Dipartimento della Pubblica sicurezza – Direzione centrale della Polizia criminale – Servizio analisi criminale. Costrizione o induzione al matrimonio. Febbraio 2022.
-The Global Girlhood Report 2020; https://savethechildren.it

